Chianti D.O.C.G.

Se il Bando “Sopra la Dichiarazione dé Confini delle quattro Regioni Chianti, Pomino, Carmignano, e Val d’Arno di Sopra” di Cosimo III de’ Medici del 1716 individuava, grosso modo, i confini dell’attuale territorio del Chianti Classico, in epoca moderna la produzione del Vino Chianti ha interessato un’areale decisamente più vasto ed omogeneo. Eppure, fino ad un certo punto, la storia del Chianti è unitaria: quando nel 1927 un gruppo di produttori delle Province di Firenze, Siena, Arezzo e Pistoia dette vita al Consorzio Vino Chianti, la distinzione tra Chianti e Chianti Classico non esisteva. Apparve la dicitura “Classico” solo nel 1932, mentre nel trentennio successivo la zona di produzione di quello che è il Chianti Doc, fu ampliata più volte, fino all’attuale configurazione che comprende zone ricadenti nelle provincie di Arezzo, Firenze, Pisa, Pistoia e Siena, incluse nel 1967. Il riconoscimento come Vino Chianti Docg arriva invece nel 1984, ed oggi quella toscana è la denominazione rossista più grande d’Italia, su cui insistono 3.000 produttori, che coltivano qualcosa come 15.500 ettari di vigneto, per lo più a Sangiovese, per una produzione media di 800.000 ettolitri.

Le radici comuni, fanno sì che anche la “ricetta”, al di là dell’ampiezza della zona produttiva, sia la stessa: anche il Chianti Docg si rifà agli insegnamenti di Bettino Ricasoli, che nel 1834 pose le basi del vino che conosciamo oggi, con le dovute differenze: fu lui ad introdurre la separazione di raspi e vinacci, la fermentazione delle uve in vasi chiusi ed una svinatura rapida seguita dal “governo all’uso toscano”, tornato recentemente di moda tra qualche produttore. E poi, quello che oggi chiameremmo il blend, che già era stato teorizzato nel 1753 dall’Accademia dei Georgofili, convinta che nella mescolanza tra varietà stesse il segreto di un grande vino: il Chianti andava perciò prodotto con il 70% di Sangioveto (cioè Sangiovese), 15% di Canaiolo e 15% di Malvasia, le tre varietà che hanno fatto grande la Toscana, insieme al Trebbiano, ammesso solo qualche anno dopo ed utilizzato, seppur raramente, ancora ai giorni nostri.
Andando ancora più indietro, in una sorta di flashback enoico, è interessante anche notare un altro aspetto: la minaccia della contraffazione riguarda il mondo del vino, ed il Chianti in primis, proprio come cinque secoli fa: tra le prime testimonianze storiche che parlano del Chianti, ce n’è curiosamente una, che risale al 1444, quando la Lega del Chianti impose che la vendemmia non cominciasse prima del 29 settembre, proprio per tenere sotto controllo e tutelare la raccolta e la produzione di un vino che, già all’epoca, veniva spesso contraffatto, prevedendo pene dure ed esemplari a chi contravvenisse alle disposizioni della Lega del Chianti.

Così, il Chianti oggi nasce in una area geologicamente assai omogenea, a sud dell’Appennino e fra le latitudini che ricomprendono Firenze e Siena. Una fascia inizia a nord, dalla zona del Mugello verso Rufina e Pontassieve, prosegue lungo i monti del Chianti fino ad arrivare a ricomprendere il territorio del Comune di Cetona. L’altra si origina sul Montalbano e si allaccia alla Val di Pesa con direttrici verso San Gimignano e Montalcino. Il nucleo centrale è contornato da propaggini legate ai sistemi collinari dell’Aretino e del Senese, del Pistoiese, del Pisano e del Pratese.

Ovviamente, anche la produzione dei Castelli del Grevepesa abbraccia il Chianti Docg, seppure con una sola etichetta: il Castelgreve Chianti Pontormo.

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