Sangiovese

Tra le centinaia di vitigni autoctoni che vanta la ricchissima ampelografia italiana, il più iconico è, senza dubbio, il Sangiovese, che copre poco meno di un decimo delle superfici vitate del Belpaese (53.865 su 637.634). Coltivato praticamente ovunque, ha in Toscana il suo luogo d’elezione: il Sangiovese, infatti, è la base esclusiva o fondamentale dei più grandi vini della Regione, dal Brunello di Montalcino al Nobile di Montepulciano, dal Morellino di Scansano fino, ovviamente, al Chianti ed al Chianti Classico, il cuore produttivo dei Castelli del Grevepesa.

Del resto, in quelli che sono veri e propri cru del Chianti Classico, come Panzano, Lamole, Campoli e Bibbione il Sangiovese è a dir poco di casa. Tanti, però, sono i cloni di questo vitigno, ognuno con le sue caratteristiche, tanto che può rivelarsi difficoltoso definire caratteristiche organolettiche univoche del Sangiovese che, però, nel Chianti Classico esprime un’eleganza ed una finezza probabilmente uniche, supportate dai tannini tipici del Sangiovese. Ma da dove arriva il Sangiovese?
Difficile dirlo, proprio le sue numerose declinazioni ne rendono praticamente impossibile definirne l’origine, ma le prime tracce scritte si ritrovano, come spesso accade, a Gian Vettorio Soderini, che nel suo “La coltivazione delle viti” del 1590 scrive del “Sangiogheto”. Da quel momento in poi tante sono le citazioni, sempre legate a studi di viticoltura toscana, ma è nel 1875 che la Commissione Ampelografica di Siena definisce il Sangiovese come la varietà più coltivata nel Chianti, continuandolo a chiamare Sangioveto. Nello stesso periodo, la stessa varietà viene chiamata Sangiovese in Romagna: una differenziazione che si è ormai persa, mentre decine sono, negli ultimi trent’anni, gli studi sui differenti cloni di Sangiovese, alla ricerca di quello giusto per ogni territorio.

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